
| SEGUE DALLA PRIMA |
| | Mercoledì 20 Maggio 2009, | Cara Gelmini Non voglio fare polemica con il Ministro Maria Stella Gelmini, ma le sue dichiarazioni sulla lingua veneta altro non sono che questo: lindizio di una mancanza di conoscenza. Che potrei aiutarla a colmare, se il Ministro fosse disponibile a fare due passi con me, per le strade della mia Regione. Incontreremmo capitani dindustria abituati a trattare affari nelle parti più lontane del mondo, pensando in veneto e parlando tedesco, cinese o inglese. Potremmo trovare interi Consigli di amministrazione che si svolgono in dialetto e incontrare gli extracomunitari. La stragrande maggioranza di loro, di quelli che lavorano e si sono integrati in questo territorio, passano senza difficoltà dalle loro lingue al dialetto: segno tangibile di coesione sociale e culturale, come può esserlo solo il parlare la stessa lingua. Non voglio insegnare al Ministro della Pubblica Istruzione ciò che ovviamente già sa, ma credo fosse limperatore Adriano, uno dei più grandi, ad affermare che aveva sempre governato in latino ma pensato in greco, in quella che considerava la sua lingua madre. La maternità della lingua veneta, che si è fatta letteratura e poesia nonostante in questi 138 anni di unità sia stata spesso censurata in nome di unidea falsa dello sviluppo della lingua e della letteratura nazionali, è testimoniata ovunque e da chiunque. Non è la lingua di un ceto basso, del popolino, da contrapporre allitaliano aulico dei ricchi. Tutti, sia in questa Regione che là dove la nostra storia ci ha portati, da Arborea alla provincia di Latina, tutti noi pensiamo e parliamo nello stesso modo: perché non insegnare anche a scuola questa lingua che unisce? Sette veneti su dieci si riconoscono in ciò che dico: perché non dare loro gli strumenti culturali più avanzati e moderni per studiare la loro storia, perché non dare un supporto scolastico al patrimonio umano di questo popolo? Su temi come questo si gioca lidentità del nostro territorio. Noi difendiamo e difenderemo la nostra radice profonda, nazionale- veneta e cristiana, che ci fa essere e lavorare e immaginare il futuro in un modo piuttosto che in un altro. In questa battaglia, ci troviamo al fianco della Chiesa cattolica, che di questo patrimonio storico e culturale è la prima custode, con le centinaia di sacerdoti che da sempre vivono in mezzo alle loro comunità, interpretandone i pensieri, parlando nella loro stessa lingua e vivendo gli stessi comuni valori, quelli cristiani e universali. Tenere vivi i nostri valori religiosi, identitari e culturali è nostro dovere, come lo è mantenere fertile la terra che nutre le nostre famiglie. Compassione e solidarietà sono principi che si imparano lavorando nei campi. Come i veneti hanno sempre fatto, cementando la loro comunità attorno a questi principi, tanto più importanti oggi, che siamo chiamati a riscrivere il nostro futuro su basi nuove, più giuste, più eque. Luca Zaia *Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Caro Zaia (...) ad una parte così rilevante della nostra tradizione è unaccusa che respingo e che non si comprende se non ritenendola dettata da motivi di visibilità elettorale. Da subito ho attuato provvedimenti per legare la scuola al proprio territorio. I professori ad esempio devono sempre di più provenire dalla stessa regione nella quale insegna. Le classi inoltre non possono essere composte da più del 30% di stranieri per favorire una migliore integrazione. Ogni regione devo poter strutturare un sistema educativa in linea con le richieste del mondo del lavoro della zona. Allo stesso modo la spinta verso il futuro e la modernizzazione non può non essere accompagnato dalla valorizzazione della cultura ivi compresa la lingua e il dialetto. Per questo la polemica è distituita di qualsiasi fondamento soprattutto per chi è rivolta ad una persona che abita al confine con il Veneto e che conosce bene leccellenza, il valore e la cultura delle persone che lo popolano. Mariastella Gelmini *Ministro dellIstruzione Sanità Per tutti lideale sarebbe stato poter disporre dellospedale sotto casa. Quando le Regioni hanno iniziato la loro attività di revisione dellappropriatezza delle localizzazioni ospedaliere, si sono subito accorte delle grandi difficoltà che comportava un piano per la loro riduzione. Proteste e agitazioni hanno contrassegnato ogni proposta di modifica non solo perché i comuni si sentivano declassati, ma anche perché un ospedale rappresenta pur sempre una possibilità di occupazione e una risorsa economica per il territorio circostante. Perché si devono eliminare molti ospedali? Per varie ragioni. La prima e la più importante è che rappresentano un pericolo per la salute dei pazienti. Quando un ospedale è troppo piccolo e quindi ha un piccolo numero di interventi non raggiunge lefficienza che si può raggiungere in un ospedale che abbia invece un numero importante di interventi. Eseguire un piccolo numero di appendicectomie o di riduzioni di ernie rappresenta certamente un rischio per il paziente. Presentarsi con un infarto in un piccolo ospedale senza unità coronarica può comportare una maggiore probabilità di morte rispetto a quanto avverrebbe in un pronto soccorso che ha invece raggiunto una grande esperienza nel trattamento di questo grave evento. Così i risultati a distanza della terapia di un ictus sono migliori se si può arrivare ad una unità specializzata nel trattamento delle ischemie cerebrali rispetto allessere trattati in un ospedale magari grande ma privo di questa specializzazione. Esiste ormai una notevole letteratura scientifica che indica come il volume dei trattamenti - dalla dialisi allangioplastica coronarica - determini lefficacia degli interventi e quindi il benessere dei pazienti. La seconda ragione è il tipo economico. Il costo dei piccoli ospedali è elevato perché è necessario un minimo di personale - medici, infermieri e altri operatori - che garantiscono alcune attività essenziali nellarco delle 24 ore. Spesso questi ospedali svolgono la funzione di degenza di persone anziane e di malati cronici che potrebbero essere collocati in altre strutture molto meno costose di un ospedale. Infine alcune apparecchiature sofisticate devono essere disponibili anche nei piccoli ospedali, ma il loro ridotto impiego non ne giustifica la presenza. Una terza ragione è data dallevoluzione tecnologica. Oggi servono meno letti che in passato, perché molti interventi - anche chirurgici - si possono fare in day-hospital senza necessità di degenza. La necessità poi di giustificare la presenza di un ospedale comporta spesso degenze più lunghe, nonché un eccesso di esami diagnostici con notevole aggravio delle spese senza che ciò apporti alcun vantaggio ai pazienti. È tempo di rivedere tutta la rete ospedaliera a livello regionale con unattenzione particolare agli ospedali localizzati ai confini tra due regioni perché la spesa ospedaliera è una parte maggioritaria nel fondo sanitario che incide per circa 100 miliardi di euro allanno. Chiedere maggiori risorse in assenza di una riforma ospedaliera significa solo aumentare gli sprechi che caratterizzano il nostro Servizio sanitario nazionale. Silvio Garattini
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